Maryam

Ceci n’est pas una recensione.
Perché è tantissimo che non ne scrivo, e tantissimo che non scrivo.
E tantissimo, pure, che non vado a teatro.
E dei giorni che ti cascano addosso pesanti, e i brividi, e la febbre facciamo che non me la provo più.
E una mattina che ti trovi con gli occhi pesti e il lasso di tempo fra quando ti svegli e quando ti ricordi perché c’hai quella faccia è davvero troppo breve, una mattina così, tipo stamattina, butti un occhio al calendario e scopri che la te stessa di qualche giorno prima aveva avuto un lampo di preveggenza. E mandato una mail per prenotare tre biglietti all’Elfo.
Ci sono cose in cui uno ha inspiegabilmente fede, ed è convinto della loro efficacia, ha la certezza che lo faranno stare se non bene, perlomeno meglio.
Come la tachipirina, ecco.
O la prima mezz’ora del Köln Concert di Keith Jarrett, il the nero alla vaniglia, l’ultima pagina delle Città Invisibili, certi quadri di Previati, un vecchio maglione grigio e rovinato, la statua della Giustizia del Museo Civico di Bologna.
Sulla tachipirina siamo un po’ tutti d’accordo, ma per il resto ognuno trova le sue medicine.
Con me funzionano anche gli spettacoli delle Albe, ecco.
Ceci n’est pas una recensione perché non puoi essere obiettivo su una medicina, su una cucchiaiata di sciroppo che ti intorpidisce la lingua, su una pastiglia da inghiottire con una sorsata d’acqua e l’impressione che ti si sia incastrata in gola. Insieme alla certezza, alla fede, che dopo starai meglio.
Di Maryam non sapevo niente, ci sono casi in cui il foglietto illustrativo non lo leggo, mi basta il principio attivo. È paracetamolo, ok, mi farà scendere la febbre. Ci credo.
Sapevo che ci sarebbe stata Ermanna, in scena. Mi farà scendere la febbre. Ci credo.
Perché a me, quella voce lì – dalla prima volta che l’ho sentita dal vivo, in quell’Alcina che in fondo si collega a modo suo a Maryam – ha sempre dato l’idea di essere un posto. Un posto piccolo, buio, profondo, scavato nella terra, fra le radici degli alberi, pieno di foglie che scricchiolano un po’ quando ci entri. E ti rannicchi lì dentro, ti nascondi fra le foglie, aspetti che l’inverno passi. È tutta una voce di terra, di argilla, di roccia, di humus in cui nascono e muoiono cose, continuamente, incessantemente.
E ascolti.
Ascolti la luce che filtra dalle finestre da moschea, che cammina sui pavimenti e conta le ore, che conta i giorni uguali, le storie uguali, che si stratificano come quelle foglie sulla terra umida, una preghiera iniziata insieme al mondo e che in ogni momento riprende, ricomincia, dice grazie e aiuto e perché? e no. Una preghiera a Maryam, ma anche la preghiera di Maryam, la madonna scolpita a mani aperte e vuote, la madonna medievale ancora vestita di rosso e con lo sguardo lontano, ma anche una semplice Maria, una Maria qualunque, una donna qualsiasi, e ancora quel mamma che Jacopone fa dire al Cristo in croce, quella specie di singhiozzo, di suono che fa l’aria quando scivola via dalle labbra.
Che sarà magari banale da dire, ma in fondo le preghiere delle donne, le preghiere alle donne, si somigliano tutte. A prescindere dalle religioni, perché in quelle che hanno rimosso la possibilità di un divino femminile quel bisogno si è rivolto alla Madonna, a Maryam, e non c’è poi molta differenza. Quell’insieme di rabbia e amore e paura, di gratitudine, di richieste d’aiuto ma anche di coraggio per farcela da sole, quel pregare quasi sempre per altri. E a volte l’idea di rivolgersi a qualcuno come te, a qualcosa che almeno un poco ti somiglia, a volte è l’unico spazio dove una donna riesce ad esistere.
E ceci n’est pas una recensione perché un rito non lo si recensisce – al massimo si può provare a ragionarci sopra da antropologi, forse, ma non durante, non finché sei lì, nella terra, finché sei un boccone d’argilla impastato con le storie che ascolti.
Aspetto quelle vere, di recensioni, magari scritte da uomini (e sarà interessante lo sguardo maschile su uno spettacolo così visceralmente femminile), in cui si parlerà magari anche di quella specie di strada di rumori e musica in mezzo a cui si finisce scaraventati dopo ogni preghiera, e del velo – del tempio o meno – che ti costringe a sfregarti gli occhi più volte quando l’immagine incandescente di Ermanna affiora dietro alle foto e alle parole proiettate, della scelta certosina di tre storie estratte dalla moltitudine delle possibilità offerte dalla storia delle donne.
Io passo la mano, e aspetto i critici veri.

Intanto so solo che mi sento meglio, un po’ come quando scappavo nelle sale del Civico, a lasciare pensieri di piombo ai piedi della statua di quella Giustizia medievale con la spada senza lama e la bilancia distrutta, il mantello rosso stinto e un sorriso dolcissimo. Che è poi, in fondo, lo stesso.
Mi sento meglio.

[Maryam, Teatro delle Albe, testo di Luca Doninelli, ideazione, spazio, costumi e regia di Marco Martinelli e Ermanna Montanari, musica Luigi Ceccarelli. In scena – credo si fosse intuito – Ermanna Montanari. Io l’ho visto all’Elfo Puccini di Milano, e come sempre spero che cammini abbastanza da permettere a molte persone di vederlo, e soprattutto di ascoltarlo.]

Pier Paolo delle Masegne, 1390 circa, Giustizia e santi protettori. Originariamente collocata sulla loggia del Palazzo della Mercanzia, ora conservata al Civico Museo Medievale di Bologna.

Maryam