Scotch

A volte le cose tornano dove sono iniziate, a volte è solo un’impressione.
Come con lo scotch.
Da piccola ero convinta che lo scotch fosse la più meravigliosa delle invenzioni umane, qualcosa di assolutamente fantastico ed indispensabile con cui chiunque – persino un bambino – avrebbe potuto aggiustare qualsiasi cosa.
Crescendo ho scoperto, non so in che ordine, la colla a caldo e il cianoacrilato (volgarmente: attack). Altre due meravigliose invenzioni, sempre con il medesimo scopo ma per il cui utilizzo era necessaria la perizia di un adulto.
[Prima che qualcuno me lo chieda: l’assenza della vinilica e dell’Artiglio non sono dimenticanze, è che la prima la uso ancora per molte cose e non manca mai nel mio armadio, e la seconda rientra nelle madeleine, non nei collanti.]

Poi, da qualche tempo, ho scoperto il washi tape. Altra meravigliosa invenzione, che però non serve ad aggiustare. Anzi, entra forse a pieno titolo nel baule delle meravigliose invenzioni umane che – almeno per diverse persone – “non servono a niente”. Il washi è, per farla breve, scotch di carta decorato – si va da un semplice colore diverso dal consueto giallino* per approdare a sfumature, disegnini, stampe e così via. Ne ho uno che riproduce pezzi della Starry Night di Van Gogh, tanto per capirsi.

Perché a volte il passo fra l’utile e l’inutile, fra il riparare tutto e il non servire a niente, è veramente breve. Almeno finché non ti rendi conto che certe cose non si aggiustano incollandole, a prescindere dal tipo di colla, però forse ricoprirle molto delicatamente con un sottile nastro colorato può aiutare.

Oggi stavo andando a fare la spesa e sono passata davanti al posto dove ho speso la mia infanzia e la maggior parte della mia adolescenza, che mi ha dato tanto ma a cui forse ho dato di più, un posto dove si sono fissati alcuni tratti del mio carattere e della mia attitudine al lavoro e ai rapporti sociali e gerarchici. Un fantastilione di anni fa avevo passato diverse mattine, in bella solitudine, a dipingere un muro del cortile. Nulla di particolarmente artistico, era la copia di un’illustrazione fumettosa e di un logo, perché mi era stato chiesto – o, verosimilmente, perché era stato chiesto un volontario e, come in fondo non ho mai smesso di fare, m’ero offerta.
Oggi stavo andando a fare la spesa e ho cacciato dentro la testa, forse per vedere se anche quest’anno avrebbero tirato in piedi il presepe o meno, e mi sono accorta che quel murales non c’era più.
Non importa, mi son detta, va bene così. Quel posto non è più quel posto e tu non sei più tu – da tanto, tantissimo tempo.
Poi ho incrociato una madre con due bambine. La più grande avrà avuto sette, otto anni al massimo, e soffiava bolle di sapone ridendo come una matta. Ridendo di gusto, proprio, e coprendo di bolle di sapone il marciapiede brinato. E insomma, ho tirato su la testa, ho visto quel cielo che ogni tanto la Brianza stende fuori ad asciugare, in cui non trovi una nuvola manco a cercarla ma solo l’azzurro che scolora in turchese contro le montagne in fondo alle vie, e va bene così.
Un po’ più convinto, stavolta.

L’orologio del portatile e del cellulare sono già svoltati sul 24 dicembre.
È il mio giorno. Mio, e di tutti i terroristi della felicità – come diceva Quino – quelli che amano fare regali ma che ne ricevono pochi perché gli altri non sanno mai cosa regalargli. E a noi un po’ dispiace, ma un po’ no, perché il regalo che ci facciamo è farvi dei regali. Siamo fatti così, imboscatori di sorprese, contrabbandieri di scatole, maniaci del planning e feticisti del packaging, stalker dei corrieri e dei postini, stagisti di Babbo Natale, paladini in perpetua queste per il regalo giusto. E il nostro regalo è la vostra faccia sorpresa (e ce ne accorgiamo se fingete), il vostro sorriso anche a qualche centinaio di chilometri di distanza.
Il 25 è per le famiglie con moltitudini di parenti, per i bambini, per nonni e nipotini, cose così.
I terroristi della felicità si tengono stretto il 24, il muoversi in punta di piedi, gli ingranaggi, le corse, le mani sporche di glitter e cioccolato, i tagli da carta, le occhiate complici, l’indice teso sulle labbra a dire shhh!!, silenzio!, è stato Babbo Natale, io non centro nulla!
E l’ho realizzato l’altro giorno, scrivendo a mia sorella: anche se fossi atea, non smetterei di credere al Natale. Che non ha a che fare né con la fede né con il consumismo, ma semplicemente con il bene che vuoi ad altri esseri umani. Con il 24 dicembre, con l’andare a letto un po’ stanchi ma con la certezza di aver recapitato tutti i regali. E con l’altra certezza, quella che ti porti dietro da tanto, che finché sei piccolo aspetti trepidante Babbo Natale, ma quando diventi “grande” scopri che la parte bella del Natale è fregare cappello e slitta al vecchio e fare tu la sua parte.

Cosa ha a che fare tutto questo con lo scotch?
Niente.
O forse solo il fatto che quest’anno, con il washi tape bianco e rosso, ho chiuso un numero inverosimili di pacchi e pacchettini. E la cosa mi rende felice.

* in realtà lo scotch di carta “lavorativo” non c’è solo giallino, ma anche in una meravigliosa gamma di colori pastello che per un imbianchino corrispondono alle differenti caratteristiche tecniche, ma per la sottoscritta vanno benissimo quando incarta i regali. Un perplesso imbianchino mi ha persino lasciato un rotolo violetto, probabilmente domandandosi che diamine intendessi farci. Per inciso, ne ho fatto buon uso.

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