Basterebbe poco

Ma non la impari mai, eh, Celia?
La lezione, dico.
E dire che la prima volta te la sei ascoltata almeno quindici anni fa.
E poi ancora, e ancora e ancora.
E ogni volta da capo, che non so più se sei testarda o solo scema.
La lezione, o il posto che evidentemente hai nella vita degli altri, o, ancora, la sola cosa che sai fare.
Dare una mano.
E la dai, la mano. E anche il braccio, e il cuore, e tutto quello che serve. Senza che te lo chiedano.
E ci metti tutto l’entusiasmo di cui sei capace, non per scelta, ma perché sei Codadilupo e non puoi farne a meno, ti appassioni alle cause e alle persone e ti ci consumi.
E quante volte te lo sei sentito dire? Mi hai salvato, o Senza di te non ce l’avrei fatta, o Se non mi avessi chiamato mi sarei tagliato le vene, quel giorno.
È che non fai per finta, tu ci credi. Che sia un artista, che abbia talento, che possa farcela a superare quella delusione, che riesca a superare gli esami e anche la tesi, che possa uscire dall’esaurimento nervoso, che possa esaudire il tuo sogno. Ci credi, forse più di loro. E lo spendi, quel tuo ottimismo feroce, quella convinzione, a piene mani.
Credi al primo principio del rugby: sostegno.
E cerchi il modo giusto ognuno, la battuta, il discorso serio, la parola scritta, il gesto silenzioso, la difesa con in mano la mazza chiodata. L’hai scritto una volta, una vita fa: mettersi fra lui e il mondo, sereni e rabbiosi insieme.
Finché loro non ce la fanno. Finché non riprendono fiducia, o la vita comincia a dargli retta, o il vento gira e pensano di non aver poi così bisogno di abbracci e spinte e difese e sostegno.

E alla fine si dimenticano del tutto di aver avuto quel bisogno, di aver avuto bisogno – così disperato, a volergli credere – di te.
Ci sei? È normale.
Ci sei? Certo, perché non dovresti?
Ci sei? Chi te l’ha chiesto?

Io sono quella che da ragazzina la mia migliore amica aveva una migliore amica che non ero io, tanto per capirsi. Sono quella da cui andare a piangere quando si litiga con la migliore amica.

Quella degli spingitori di cavalieri erranti non è una battuta, anzi, sarebbe una professione, se solo mi pagassero. Il punto è che non ti pagano, smettono di ringraziarti, e finiscono per darti per scontata. E per dare per scontato che a te, quella spinta, non serva mai.

Probabilmente non me lo merito, di stare al primo posto nella vita di qualcuno. Non che sia un male, per carità, si sopravvive a tutto.
Anno dopo anno, rapporto umano dopo rapporto umano, me lo ripeto. Che sei una freccia, ce l’hai pure tatuata addosso. E le frecce si usano, servono a uno scopo, a tirar giù quel fottuto piattino e a spaccarlo in ventun pezzi. E poi non servono più, le puoi anche spezzare, hanno fatto il loro.
Anno dopo anno, rapporto umano dopo rapporto umano, me lo ripeto ma non lo imparo.

È davvero così strano che io sia stanca di restare spezzata insieme ai cocci del piattino, ai piedi della scalinata?

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