Fidarsi

L’ho capito, o forse me ne sono convinta. L’unico modo che ho per uscire viva da questo dottorato, per arrivare al 15 senza perdermi nell’ennesima crisi di panico e consegnare tutto per tempo, è cominciare a fidarmi. Non della mia testa, o delle mie competenze, o degli studi che ho fatto. Ma dell’unica cosa che davvero so fare, l’unica che non mi darà mai di che vivere ma l’unica senza la quale non potrei vivere. Devo fidarmi del fatto che so scrivere. E non è immodestia, è solo la consapevolezza di qualcosa talmente radicato, talmente connaturato, intus et in cute, che mi porto dietro da così tanto tempo che non può essermi tolta. Perché quello che impari da bambino, su un banco piccolissimo davanti a una finestra, mentre fuori c’è il temporale, e la nonna pian piano t’insegna a comporre piccoli pensieri – mentre a scuola siamo ancora ad astine e cerchietti e qualche timida lettera – quello non te lo levi più. Perché l’hai imparato assieme al pensare, non dopo. Perché il modo che hai di pensare sono le parole – non è uguale per tutti, c’è chi pensa per visioni, per immagini, e persino chi pensa musica.
Mi devo fidare di questa cosa qui. Del fatto che a un certo punto le mie dita funzionano, vanno per i fatti loro, trovano le parole e le agganciano le une alle altre – le cuciono, disse una volta un mio professore, io cucio parole.
Mi devo fidare del luogo che ho scoperto al liceo, quel posto oltre gli orologi che sta fra te e il foglio, fra te e lo schermo, e fuori il mondo che dorme, oltre tutta la stanchezza, oltre il resto.
Mi devo fidare delle sciocchezze che mi escono, dei pensieri che scivolano, delle parole che tirano fuori altre parole, delle virgolette che ho tatuate sulla schiena.
Devo credere che tutte le parole andranno al loro posto, con la facilità consueta, col balletto delle dita, coi miei improbabili incastri, ancora prima dei pensieri.

Non mi fido della mia testa. È smemorata, dispersiva, indecisa, codarda.
Ma c’è una parte di me che sa provvedere a tutto questo – le mie mani che scrivono quello che penso, senza che io mi perda nel tentativo di comporre i pensieri.

Non è questo il modo di scrivere una tesi.
Al momento, visto tutto quello che è successo, non ne posso usare altri.

Mi devo fidare di voi, per l’ennesima volta.

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