Ninnananna

Che tanto oggi non avrei comunque combinato più niente, con i tendini che protestano e le gambe che tremano, quindi tanto vale.
Ma, soprattutto, che è un periodo slegato, a tratti slogato, senza verbo e senza luogo. Ed io – come mi ripeto, a volte perché convinta e a volte per convincermi – sono una persona fortunata, a cui certe cose arrivano quando servono. E nel delirio ansiogeno da fine-dottorato e da corsa per la tesi mi son presa una sera per andare a sedermi in teatro. E no, non era del velluto rosso delle poltrone e del sipario, che avevo bisogno, per quanto siano sempre confortevoli. Avevo – ed ho – bisogno di qualcuno che tenga assieme tutti i pezzi, almeno per un po’, ancora per un po’.
A darmi una mano, stavolta, è stato “un cinquantenne che venticinque anni fa ha iniziato a fare bella musica in una lingua strana, comprensibile solo da una piccola porzione di italiani”, come l’ho definito poco fa. Uno che di strada dalle piazze di paese ne ha fatta tanta, e proprio per questo in quelle ed altre piazze di quei e di altri paesini ci torna spesso, ma che stasera stava su un palco col sipario di velluto rosso e dietro quaranta orchestrali e davanti duemila quattrocento persone. E non sapevo bene cosa aspettarmi, perché nonostante divagazioni varie e raffinate (in fatto di musica: le parole lo sono sempre) l’ho conosciuto con una chitarra in mano, e l’idea di una rilettura sinfonica forse mi ha fatto temere.
E invece no. Non tanto perché anche in questa nuova versione le canzoni sono splendide (e alcune ci guadagnano), ma perché mi sono ritrovata inzuppata in quella narcisistica e tremendamente egoistica sensazione – dai, l’abbiamo provata tutti – che un’opera artistica si rivolga a te. Non solo a te, ok, ma che in quel preciso momento sia lì per darti un pizzico sulla guancia come le vecchie zie e dirti (come diceva il mio solito poeta): Eh, ti ricordi di te?
Sono il genere di persona che di questi pizzicotti ha bisogno spesso, vista la tendenza a perdermi nelle persone e nelle cose.
E forse avevo bisogno di ricordarmi che forse una qualche maniera per tenere assieme tutte le cose, ecco, c’è. Non so come, ma c’è. Per avere da sempre a che fare con confini e frontalieri, e gente che vive un po’ di sfroso, a modo suo, fra Vinicio Busani (pensionato benestante nonché proprietario di una millecento nera) e il Cimino, fra paesi italiani sul bordo della Svizzera e piazze col lavatoio di cemento che Shakespeare trasforma in boschi. Per un valzer d’acqua dolce e la voglia di ballarlo con l’unica persona che accetterebbe. Per una storia di trincea che di colpo recupera il volto di un amico attore.
Ma anche per tutto il silenzioso lavorìo da edera che quella voce fa, da anni, per darmi in prestito le parole più adatte per descrivere lo spazio in cui mi muovo, i casi umani che incontro, le surrealtà banali in cui inciampo.
Non è la voce “di casa mia”, ma è tutte le mie case, a suo modo, sparpagliate in giro. La casa di chi è quel pezzo di parola sporca che si usa per bestemmiare, di chi sa che gli amici raccontano balle ma noi bastardi diciamo la verità, di tutte le stranezze feroci, la casa coi cementi armati di pazienza e di speanza verderame. La casa dei baci da black-out, dei cavalieri che non possono morire, della gente che viaggia e non ha paura della propria lingua declinata in dialetti diversi, degli sciamani di periferia. La casa delle storie piccole, delle bestie strane, dei racconti, degli umani, dell’acqua del lago, dei sogni di notte e di quelli di giorno, delle guerre stupide e di New Orleans, delle cento lire per l’America, dei minatori, dei matti, di grossi uomini che ballano con donne bellissime, di puttane, di nonne con lo schioppo, di mitologie di paese e speranze tenaci.

Casa è, anche, dove ti cantano una ninnananna, dove t’insegnano una preghiera.

Ninna nanna, dormi bambino…
Tuo padre ha un sacco in spalla
E si arrampica sulla notte.
Prega la luna di non farlo prendere
Prega la stella di guardare dove va
Prega il sentiero di riportarmelo a casa

Ninna nanna, dormi bambino…
Tuo padre ha un sacco in spalla
Che è pieno di molte cose:
Ha dentro il suo coraggio
Ha dentro la sua paura
E le parole che non può dire.

Ninna nanna, dormi bambino…
Che sogni un sacco in spalla
Per arrampicarti dietro tuo padre
Su questa vita che viviamo di nascosto
Su questa vita che sognamo di nascosto
In questa notte che preghiamo di nascosto
Prega il Signore a bassa voce
con il suo sacco a forma di croce…

[necessariamente tradotta in italiano, anche se non è la stessa cosa. Così come non è la stessa cosa dire Davide Di Nascosto anziché Davide Van De Sfroos – che è poi il tizio di cui parlo, nel caso non si fosse capito. Citata, praticamente ovunque nel post, una parte sostanziosa della sua discografia. Sono ovviamente a disposizione per traduzione dal laghée all’italiano, ove necessario.]

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2 pensieri su “Ninnananna

  1. elena ha detto:

    I miei bambini cantavano a memoria quella del duello e “nonno bionico mungi il tuo robot”… quanto l’ho ascoltato quell’unico cd …. e a forza di ascoltarlo, io, trentina, ho capito a fondo tutte le parole ed è stata poesia pura. Grazie per avermelo ricordato , ora vado a cercare nuove canzoni .
    un bacio, Elena

    1. A volte col fatto che “è uno che canta in dialetto” gli viene dato poco peso. Trovo moltissimi testi veramente poetici, e anche quelli più scanzonati hanno una certa ironia che va a segno. Se hai ascoltato il Duello e Cyberfolk, hai parecchi album da recuperare :) e alcuni valgono davvero la pena. Buon ascolto!

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