Che ti credi

E quando un ex non è un uomo, non è una persona, o quantomeno non è una persona sola, è tutto una fetta di mondo, di quello che è stato il mio mondo? Quando l’importante non è che ci siano una o due o cento ragazze, una o due o cento altre persone, ma che non ci sia tu, che tu non sia lì? Quando mandi un paio di mail perchè proprio non ce la fai a fingerti indifferente del tutto, e fra le varie risposte e i vari punti esclamativi te ne arriva una di quattro parole, di cui una è il mio nome e due sono manchi tanto, così, senza punteggiatura? Quando fissi la borsa di Cassandra in un angolo del mobile e ti rendi conto che malgrado tutta la ritrosia anche lei è attratta da quel cerone bianco, da quelle giacche, da quei cappelli neri, da quel buio morbido e ordoroso di cipria e di velluto vecchio, del legno scheggiato?
Quando per la prima volta dopo mesi ti disturba il fatto di non avere nella borsa quel libro, anzi, di non essere quella persona che in borsa l’avrebbe avuto, quel libro, come al solito?
Quando non ti sei mai pentita di nulla, di nessun treno, di nessuna città, di nessuna persona – in fondo aveva ragione lui, è sempre vita, sei sempre tu, quindi perché pentirsene? – non mi sono mai pentita di niente e di nessuno, però a volte arriva il dubbio di aver sbagliato. Non di averne presa una sbagliata, che in fin dei conti quello che ho guadagnato umanamente è inarrivabile. Eppure non posso fare a meno di pensarci. Non posso fare a meno di tutti gli e se, e ma, eppure.
E forse avevo sperato di liberarmene, come di quelle cose che sai che in fondo non ti fanno bene alla salute e allora speri di starci male, così poi la smetti una buona volta. Ma forse malgrado tutto il male non m’è passata, a questo punto mi domando se mi passerà mai, se è qualcosa che possa passare o se invece non sia, come dicono, una malattia.
E sono qui in biblioteca in mezzo a tutte le mie scartoffie, con gli occhi che bruciano perché una dozzina di ore al giorno davanti allo schermo non fanno bene a nessuno, a cercare di concludere di furia ‘sto maledetto dottorato, e una parte di me sa benissimo dove dovrebbe essere. A impazzire di ansia e di mancanza di sonno e di tempo in quel teatro, con tutti loro. A quello che non è il mio posto, non lo è più, non so nemmeno se lo sia mai stato, ma mi è stato fatto credere e io ci ho creduto, come si crede al patto di finzione, come si crede al buio in sala e alla linea di luce del sipario quando si respira.
Non puoi fare tutto, mi viene ripetuto costantemente. Non puoi essere dappertutto, anche se ti piace giocare a fare l’edera, tesa allo spasimo fra un capo e l’altro, fra una vita e l’altra, a crederci davvero che tout se tient. Ma non sempre, non tutto. Se avessi preso l’altra strada, se avessi continuato giù per di lì [perché è un giù, quello, che si scende: noi scendiamo tra le selve, nel fango; per ascoltarla, come grida (l’anima); (come gridava); (lassù! Laggiù!)] se avessi insomma continuato mi sarei persa tutto ciò che di bello e di buono e di vero ho raccolto quest’anno. Lo so. Non sono così stupida da pensare di poter avere tutto.
Però.
L’ho zittita col rancore e con la giustizia, l’ho sepolta sotto le veline dattiloscritte di due archivi, nascondendomi nei decenni passati e nelle parole di gente che è morta, nei ricordi di spettacoli che non ho visto, l’ho spinta a odiare teatranti e teatrologi e tutto l’umano ciarpame che gira attorno alla questione, sono entrata in quel catafalco architettonico che mette i brividi e ho sorriso a labbra strette davanti ai markettari e ai faldoni inaccessibili, ho odiato questo progetto di dottorato, forse ho cercato di odiare anche il teatro.
Però.

Che ti credi, ragazzina?

Già. E prima faccio pace col fatto che una parte di me vorrebbe essere in teatro, in un preciso teatro, stasera, parte umbratile e nascosta ma viva di uno spettacolo, di un preciso spettacolo, ad avere il mio posto in quel mondo e non solo su una poltrona numerata, prima accetto questo stato di fatto e tutti i problemi che ne conseguono, forse, meglio è.

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