Gratitudine

E no, ceci n’est pas una recensione.
Solo due parole.
È da tanto che non andavo a teatro. È da tanto che il mio rapporto col teatro si limitava allo stesso di chi guarda le stelle – e guarda cioè a distanza cose morte – leggendo di spettacoli andati in scena prima che io nascessi, fra gli archivi del Piccolo e le scartoffie dottorali. È infine da un po’ che, forse, covavo un qualche disamore per il teatro. Non so nemmeno io perché.
Ma stasera mi sono infilata di nuovo a sedere nel buio, in silenzio, ad aspettare come tutti che dal buio venisse fuori una luce, un corpo, una voce, una storia.
E un’altra volta, un altro po’, ci ho fatto pace.
Che magari uno non è che proprio se ne sia dimenticato, ma ha bisogno di qualcosa o qualcuno che glielo ricordi – che gli ricordi perché a un bel momento della sua vita ha deciso di impicciarsi di teatro, che gli ricordi la ragione fonda di quell’amore, che gli ricordi – anche – che in fondo ce n’è bisogno.
Sono uscita dal teatrino con un profondo senso di gratitudine, ed è qualcosa che va al di là dello spettacolo*, della storia che racconta.
Gratitudine nei confronti di un corpo-in-scena. Quel corpo a piedi scalzi, avvolto in un gessato scuro, con i palmi umidi su cui rimane aggrappata la terra, con gli occhi lucidi, con il sudore fra le pieghe della fronte, con i muscoli e le ossa e ogni singolo centimetro di umanità in movimento. Un corpo vivo, che per quell’ora di tempo vive anche per te. Ed è una cosa così piccola e così enorme, insieme, il fatto che ci sia lì davanti un essere umano, a due metri da te, e che tu lo conosca o meno in quel momento è qualcosa d’altro, è un corpo vivo che fatica, e fa per te qualcosa che è composto del suo tempo presente – quello che condivide con tutti gli altri presenti in sala – e allo stesso tempo del suo tempo trascorso a mettersi a punto, a migliorarsi, e insieme il tempo e la fatica di tutti gli altri che ci sono dietro.
Eppure noi spettatori finiamo con l’abituarci a dare per scontato, ad assorbire più o meno passivamente, con la mentalità da cliente cui tutto è dovuto.
Poi, per fortuna, arrivano spettacoli in cui c’è tanta generosità da non poter evitare di provare gratitudine. In cui, alla fine, ti verrebbe solo da dire grazie – e invece puoi solo applaudire, e lo fai, e a lungo. Ed esci con la testa piena di domande a causa della storia raccontata, ma col cuore più leggero, della leggerezza di Calvino che metto spesso in mezzo per dire qualcosa di cui c’è sempre necessità.
Non è una cosa che scopro ora, ma è una sensazione di cui avevo bisogno di ricordarmi – ed è, anche, una forma che è propria di quel gruppo di persone che ha creato questo (ed altri) spettacoli. Ogni volta che incrocio il cammino del Teatro delle Albe a colpirmi è proprio quella generosità dolce e ostinata, a tratti timida, a tratti euforica, che mettono in tutto ciò che gli ho visto fare.

Che se poi uno ti dice
Niente stelle
Cosa diavolo mi significano
Le stelle
Non me ne può fottere niente delle stelle
Non c’è proprio bisogno delle stelle
Non ce n’è bisogno
Non mi significano niente, le stelle

Ti vien voglia di rispondergli
Ascoltate!
Se accendono le stelle,
vuol dire che qualcuno ne ha bisogno?

* lo spettacolo si chiama Slot Machine. Testo e regia di Marco Martinelli, in scena Alessandro Vergnani. Le recensioni le scrivono i critici, io mi limito a consigliare vivamente di inseguirlo in giro per l’Italia, perché ne vale la pena.

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