Maryam

Ceci n’est pas una recensione.
Perché è tantissimo che non ne scrivo, e tantissimo che non scrivo.
E tantissimo, pure, che non vado a teatro.
E dei giorni che ti cascano addosso pesanti, e i brividi, e la febbre facciamo che non me la provo più.
E una mattina che ti trovi con gli occhi pesti e il lasso di tempo fra quando ti svegli e quando ti ricordi perché c’hai quella faccia è davvero troppo breve, una mattina così, tipo stamattina, butti un occhio al calendario e scopri che la te stessa di qualche giorno prima aveva avuto un lampo di preveggenza. E mandato una mail per prenotare tre biglietti all’Elfo.
Ci sono cose in cui uno ha inspiegabilmente fede, ed è convinto della loro efficacia, ha la certezza che lo faranno stare se non bene, perlomeno meglio.
Come la tachipirina, ecco.
O la prima mezz’ora del Köln Concert di Keith Jarrett, il the nero alla vaniglia, l’ultima pagina delle Città Invisibili, certi quadri di Previati, un vecchio maglione grigio e rovinato, la statua della Giustizia del Museo Civico di Bologna.
Sulla tachipirina siamo un po’ tutti d’accordo, ma per il resto ognuno trova le sue medicine.
Con me funzionano anche gli spettacoli delle Albe, ecco.
Ceci n’est pas una recensione perché non puoi essere obiettivo su una medicina, su una cucchiaiata di sciroppo che ti intorpidisce la lingua, su una pastiglia da inghiottire con una sorsata d’acqua e l’impressione che ti si sia incastrata in gola. Insieme alla certezza, alla fede, che dopo starai meglio.
Di Maryam non sapevo niente, ci sono casi in cui il foglietto illustrativo non lo leggo, mi basta il principio attivo. È paracetamolo, ok, mi farà scendere la febbre. Ci credo.
Sapevo che ci sarebbe stata Ermanna, in scena. Mi farà scendere la febbre. Ci credo.
Perché a me, quella voce lì – dalla prima volta che l’ho sentita dal vivo, in quell’Alcina che in fondo si collega a modo suo a Maryam – ha sempre dato l’idea di essere un posto. Un posto piccolo, buio, profondo, scavato nella terra, fra le radici degli alberi, pieno di foglie che scricchiolano un po’ quando ci entri. E ti rannicchi lì dentro, ti nascondi fra le foglie, aspetti che l’inverno passi. È tutta una voce di terra, di argilla, di roccia, di humus in cui nascono e muoiono cose, continuamente, incessantemente.
E ascolti.
Ascolti la luce che filtra dalle finestre da moschea, che cammina sui pavimenti e conta le ore, che conta i giorni uguali, le storie uguali, che si stratificano come quelle foglie sulla terra umida, una preghiera iniziata insieme al mondo e che in ogni momento riprende, ricomincia, dice grazie e aiuto e perché? e no. Una preghiera a Maryam, ma anche la preghiera di Maryam, la madonna scolpita a mani aperte e vuote, la madonna medievale ancora vestita di rosso e con lo sguardo lontano, ma anche una semplice Maria, una Maria qualunque, una donna qualsiasi, e ancora quel mamma che Jacopone fa dire al Cristo in croce, quella specie di singhiozzo, di suono che fa l’aria quando scivola via dalle labbra.
Che sarà magari banale da dire, ma in fondo le preghiere delle donne, le preghiere alle donne, si somigliano tutte. A prescindere dalle religioni, perché in quelle che hanno rimosso la possibilità di un divino femminile quel bisogno si è rivolto alla Madonna, a Maryam, e non c’è poi molta differenza. Quell’insieme di rabbia e amore e paura, di gratitudine, di richieste d’aiuto ma anche di coraggio per farcela da sole, quel pregare quasi sempre per altri. E a volte l’idea di rivolgersi a qualcuno come te, a qualcosa che almeno un poco ti somiglia, a volte è l’unico spazio dove una donna riesce ad esistere.
E ceci n’est pas una recensione perché un rito non lo si recensisce – al massimo si può provare a ragionarci sopra da antropologi, forse, ma non durante, non finché sei lì, nella terra, finché sei un boccone d’argilla impastato con le storie che ascolti.
Aspetto quelle vere, di recensioni, magari scritte da uomini (e sarà interessante lo sguardo maschile su uno spettacolo così visceralmente femminile), in cui si parlerà magari anche di quella specie di strada di rumori e musica in mezzo a cui si finisce scaraventati dopo ogni preghiera, e del velo – del tempio o meno – che ti costringe a sfregarti gli occhi più volte quando l’immagine incandescente di Ermanna affiora dietro alle foto e alle parole proiettate, della scelta certosina di tre storie estratte dalla moltitudine delle possibilità offerte dalla storia delle donne.
Io passo la mano, e aspetto i critici veri.

Intanto so solo che mi sento meglio, un po’ come quando scappavo nelle sale del Civico, a lasciare pensieri di piombo ai piedi della statua di quella Giustizia medievale con la spada senza lama e la bilancia distrutta, il mantello rosso stinto e un sorriso dolcissimo. Che è poi, in fondo, lo stesso.
Mi sento meglio.

[Maryam, Teatro delle Albe, testo di Luca Doninelli, ideazione, spazio, costumi e regia di Marco Martinelli e Ermanna Montanari, musica Luigi Ceccarelli. In scena – credo si fosse intuito – Ermanna Montanari. Io l’ho visto all’Elfo Puccini di Milano, e come sempre spero che cammini abbastanza da permettere a molte persone di vederlo, e soprattutto di ascoltarlo.]

Pier Paolo delle Masegne, 1390 circa, Giustizia e santi protettori. Originariamente collocata sulla loggia del Palazzo della Mercanzia, ora conservata al Civico Museo Medievale di Bologna.

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Maryam

Scotch

A volte le cose tornano dove sono iniziate, a volte è solo un’impressione.
Come con lo scotch.
Da piccola ero convinta che lo scotch fosse la più meravigliosa delle invenzioni umane, qualcosa di assolutamente fantastico ed indispensabile con cui chiunque – persino un bambino – avrebbe potuto aggiustare qualsiasi cosa.
Crescendo ho scoperto, non so in che ordine, la colla a caldo e il cianoacrilato (volgarmente: attack). Altre due meravigliose invenzioni, sempre con il medesimo scopo ma per il cui utilizzo era necessaria la perizia di un adulto.
[Prima che qualcuno me lo chieda: l’assenza della vinilica e dell’Artiglio non sono dimenticanze, è che la prima la uso ancora per molte cose e non manca mai nel mio armadio, e la seconda rientra nelle madeleine, non nei collanti.]

Poi, da qualche tempo, ho scoperto il washi tape. Altra meravigliosa invenzione, che però non serve ad aggiustare. Anzi, entra forse a pieno titolo nel baule delle meravigliose invenzioni umane che – almeno per diverse persone – “non servono a niente”. Il washi è, per farla breve, scotch di carta decorato – si va da un semplice colore diverso dal consueto giallino* per approdare a sfumature, disegnini, stampe e così via. Ne ho uno che riproduce pezzi della Starry Night di Van Gogh, tanto per capirsi.

Perché a volte il passo fra l’utile e l’inutile, fra il riparare tutto e il non servire a niente, è veramente breve. Almeno finché non ti rendi conto che certe cose non si aggiustano incollandole, a prescindere dal tipo di colla, però forse ricoprirle molto delicatamente con un sottile nastro colorato può aiutare.

Oggi stavo andando a fare la spesa e sono passata davanti al posto dove ho speso la mia infanzia e la maggior parte della mia adolescenza, che mi ha dato tanto ma a cui forse ho dato di più, un posto dove si sono fissati alcuni tratti del mio carattere e della mia attitudine al lavoro e ai rapporti sociali e gerarchici. Un fantastilione di anni fa avevo passato diverse mattine, in bella solitudine, a dipingere un muro del cortile. Nulla di particolarmente artistico, era la copia di un’illustrazione fumettosa e di un logo, perché mi era stato chiesto – o, verosimilmente, perché era stato chiesto un volontario e, come in fondo non ho mai smesso di fare, m’ero offerta.
Oggi stavo andando a fare la spesa e ho cacciato dentro la testa, forse per vedere se anche quest’anno avrebbero tirato in piedi il presepe o meno, e mi sono accorta che quel murales non c’era più.
Non importa, mi son detta, va bene così. Quel posto non è più quel posto e tu non sei più tu – da tanto, tantissimo tempo.
Poi ho incrociato una madre con due bambine. La più grande avrà avuto sette, otto anni al massimo, e soffiava bolle di sapone ridendo come una matta. Ridendo di gusto, proprio, e coprendo di bolle di sapone il marciapiede brinato. E insomma, ho tirato su la testa, ho visto quel cielo che ogni tanto la Brianza stende fuori ad asciugare, in cui non trovi una nuvola manco a cercarla ma solo l’azzurro che scolora in turchese contro le montagne in fondo alle vie, e va bene così.
Un po’ più convinto, stavolta.

L’orologio del portatile e del cellulare sono già svoltati sul 24 dicembre.
È il mio giorno. Mio, e di tutti i terroristi della felicità – come diceva Quino – quelli che amano fare regali ma che ne ricevono pochi perché gli altri non sanno mai cosa regalargli. E a noi un po’ dispiace, ma un po’ no, perché il regalo che ci facciamo è farvi dei regali. Siamo fatti così, imboscatori di sorprese, contrabbandieri di scatole, maniaci del planning e feticisti del packaging, stalker dei corrieri e dei postini, stagisti di Babbo Natale, paladini in perpetua queste per il regalo giusto. E il nostro regalo è la vostra faccia sorpresa (e ce ne accorgiamo se fingete), il vostro sorriso anche a qualche centinaio di chilometri di distanza.
Il 25 è per le famiglie con moltitudini di parenti, per i bambini, per nonni e nipotini, cose così.
I terroristi della felicità si tengono stretto il 24, il muoversi in punta di piedi, gli ingranaggi, le corse, le mani sporche di glitter e cioccolato, i tagli da carta, le occhiate complici, l’indice teso sulle labbra a dire shhh!!, silenzio!, è stato Babbo Natale, io non centro nulla!
E l’ho realizzato l’altro giorno, scrivendo a mia sorella: anche se fossi atea, non smetterei di credere al Natale. Che non ha a che fare né con la fede né con il consumismo, ma semplicemente con il bene che vuoi ad altri esseri umani. Con il 24 dicembre, con l’andare a letto un po’ stanchi ma con la certezza di aver recapitato tutti i regali. E con l’altra certezza, quella che ti porti dietro da tanto, che finché sei piccolo aspetti trepidante Babbo Natale, ma quando diventi “grande” scopri che la parte bella del Natale è fregare cappello e slitta al vecchio e fare tu la sua parte.

Cosa ha a che fare tutto questo con lo scotch?
Niente.
O forse solo il fatto che quest’anno, con il washi tape bianco e rosso, ho chiuso un numero inverosimili di pacchi e pacchettini. E la cosa mi rende felice.

* in realtà lo scotch di carta “lavorativo” non c’è solo giallino, ma anche in una meravigliosa gamma di colori pastello che per un imbianchino corrispondono alle differenti caratteristiche tecniche, ma per la sottoscritta vanno benissimo quando incarta i regali. Un perplesso imbianchino mi ha persino lasciato un rotolo violetto, probabilmente domandandosi che diamine intendessi farci. Per inciso, ne ho fatto buon uso.

Scotch

Basterebbe poco

Ma non la impari mai, eh, Celia?
La lezione, dico.
E dire che la prima volta te la sei ascoltata almeno quindici anni fa.
E poi ancora, e ancora e ancora.
E ogni volta da capo, che non so più se sei testarda o solo scema.
La lezione, o il posto che evidentemente hai nella vita degli altri, o, ancora, la sola cosa che sai fare.
Dare una mano.
E la dai, la mano. E anche il braccio, e il cuore, e tutto quello che serve. Senza che te lo chiedano.
E ci metti tutto l’entusiasmo di cui sei capace, non per scelta, ma perché sei Codadilupo e non puoi farne a meno, ti appassioni alle cause e alle persone e ti ci consumi.
E quante volte te lo sei sentito dire? Mi hai salvato, o Senza di te non ce l’avrei fatta, o Se non mi avessi chiamato mi sarei tagliato le vene, quel giorno.
È che non fai per finta, tu ci credi. Che sia un artista, che abbia talento, che possa farcela a superare quella delusione, che riesca a superare gli esami e anche la tesi, che possa uscire dall’esaurimento nervoso, che possa esaudire il tuo sogno. Ci credi, forse più di loro. E lo spendi, quel tuo ottimismo feroce, quella convinzione, a piene mani.
Credi al primo principio del rugby: sostegno.
E cerchi il modo giusto ognuno, la battuta, il discorso serio, la parola scritta, il gesto silenzioso, la difesa con in mano la mazza chiodata. L’hai scritto una volta, una vita fa: mettersi fra lui e il mondo, sereni e rabbiosi insieme.
Finché loro non ce la fanno. Finché non riprendono fiducia, o la vita comincia a dargli retta, o il vento gira e pensano di non aver poi così bisogno di abbracci e spinte e difese e sostegno.

E alla fine si dimenticano del tutto di aver avuto quel bisogno, di aver avuto bisogno – così disperato, a volergli credere – di te.
Ci sei? È normale.
Ci sei? Certo, perché non dovresti?
Ci sei? Chi te l’ha chiesto?

Io sono quella che da ragazzina la mia migliore amica aveva una migliore amica che non ero io, tanto per capirsi. Sono quella da cui andare a piangere quando si litiga con la migliore amica.

Quella degli spingitori di cavalieri erranti non è una battuta, anzi, sarebbe una professione, se solo mi pagassero. Il punto è che non ti pagano, smettono di ringraziarti, e finiscono per darti per scontata. E per dare per scontato che a te, quella spinta, non serva mai.

Probabilmente non me lo merito, di stare al primo posto nella vita di qualcuno. Non che sia un male, per carità, si sopravvive a tutto.
Anno dopo anno, rapporto umano dopo rapporto umano, me lo ripeto. Che sei una freccia, ce l’hai pure tatuata addosso. E le frecce si usano, servono a uno scopo, a tirar giù quel fottuto piattino e a spaccarlo in ventun pezzi. E poi non servono più, le puoi anche spezzare, hanno fatto il loro.
Anno dopo anno, rapporto umano dopo rapporto umano, me lo ripeto ma non lo imparo.

È davvero così strano che io sia stanca di restare spezzata insieme ai cocci del piattino, ai piedi della scalinata?

Basterebbe poco

Fidarsi

L’ho capito, o forse me ne sono convinta. L’unico modo che ho per uscire viva da questo dottorato, per arrivare al 15 senza perdermi nell’ennesima crisi di panico e consegnare tutto per tempo, è cominciare a fidarmi. Non della mia testa, o delle mie competenze, o degli studi che ho fatto. Ma dell’unica cosa che davvero so fare, l’unica che non mi darà mai di che vivere ma l’unica senza la quale non potrei vivere. Devo fidarmi del fatto che so scrivere. E non è immodestia, è solo la consapevolezza di qualcosa talmente radicato, talmente connaturato, intus et in cute, che mi porto dietro da così tanto tempo che non può essermi tolta. Perché quello che impari da bambino, su un banco piccolissimo davanti a una finestra, mentre fuori c’è il temporale, e la nonna pian piano t’insegna a comporre piccoli pensieri – mentre a scuola siamo ancora ad astine e cerchietti e qualche timida lettera – quello non te lo levi più. Perché l’hai imparato assieme al pensare, non dopo. Perché il modo che hai di pensare sono le parole – non è uguale per tutti, c’è chi pensa per visioni, per immagini, e persino chi pensa musica.
Mi devo fidare di questa cosa qui. Del fatto che a un certo punto le mie dita funzionano, vanno per i fatti loro, trovano le parole e le agganciano le une alle altre – le cuciono, disse una volta un mio professore, io cucio parole.
Mi devo fidare del luogo che ho scoperto al liceo, quel posto oltre gli orologi che sta fra te e il foglio, fra te e lo schermo, e fuori il mondo che dorme, oltre tutta la stanchezza, oltre il resto.
Mi devo fidare delle sciocchezze che mi escono, dei pensieri che scivolano, delle parole che tirano fuori altre parole, delle virgolette che ho tatuate sulla schiena.
Devo credere che tutte le parole andranno al loro posto, con la facilità consueta, col balletto delle dita, coi miei improbabili incastri, ancora prima dei pensieri.

Non mi fido della mia testa. È smemorata, dispersiva, indecisa, codarda.
Ma c’è una parte di me che sa provvedere a tutto questo – le mie mani che scrivono quello che penso, senza che io mi perda nel tentativo di comporre i pensieri.

Non è questo il modo di scrivere una tesi.
Al momento, visto tutto quello che è successo, non ne posso usare altri.

Mi devo fidare di voi, per l’ennesima volta.

Fidarsi

Ninnananna

Che tanto oggi non avrei comunque combinato più niente, con i tendini che protestano e le gambe che tremano, quindi tanto vale.
Ma, soprattutto, che è un periodo slegato, a tratti slogato, senza verbo e senza luogo. Ed io – come mi ripeto, a volte perché convinta e a volte per convincermi – sono una persona fortunata, a cui certe cose arrivano quando servono. E nel delirio ansiogeno da fine-dottorato e da corsa per la tesi mi son presa una sera per andare a sedermi in teatro. E no, non era del velluto rosso delle poltrone e del sipario, che avevo bisogno, per quanto siano sempre confortevoli. Avevo – ed ho – bisogno di qualcuno che tenga assieme tutti i pezzi, almeno per un po’, ancora per un po’.
A darmi una mano, stavolta, è stato “un cinquantenne che venticinque anni fa ha iniziato a fare bella musica in una lingua strana, comprensibile solo da una piccola porzione di italiani”, come l’ho definito poco fa. Uno che di strada dalle piazze di paese ne ha fatta tanta, e proprio per questo in quelle ed altre piazze di quei e di altri paesini ci torna spesso, ma che stasera stava su un palco col sipario di velluto rosso e dietro quaranta orchestrali e davanti duemila quattrocento persone. E non sapevo bene cosa aspettarmi, perché nonostante divagazioni varie e raffinate (in fatto di musica: le parole lo sono sempre) l’ho conosciuto con una chitarra in mano, e l’idea di una rilettura sinfonica forse mi ha fatto temere.
E invece no. Non tanto perché anche in questa nuova versione le canzoni sono splendide (e alcune ci guadagnano), ma perché mi sono ritrovata inzuppata in quella narcisistica e tremendamente egoistica sensazione – dai, l’abbiamo provata tutti – che un’opera artistica si rivolga a te. Non solo a te, ok, ma che in quel preciso momento sia lì per darti un pizzico sulla guancia come le vecchie zie e dirti (come diceva il mio solito poeta): Eh, ti ricordi di te?
Sono il genere di persona che di questi pizzicotti ha bisogno spesso, vista la tendenza a perdermi nelle persone e nelle cose.
E forse avevo bisogno di ricordarmi che forse una qualche maniera per tenere assieme tutte le cose, ecco, c’è. Non so come, ma c’è. Per avere da sempre a che fare con confini e frontalieri, e gente che vive un po’ di sfroso, a modo suo, fra Vinicio Busani (pensionato benestante nonché proprietario di una millecento nera) e il Cimino, fra paesi italiani sul bordo della Svizzera e piazze col lavatoio di cemento che Shakespeare trasforma in boschi. Per un valzer d’acqua dolce e la voglia di ballarlo con l’unica persona che accetterebbe. Per una storia di trincea che di colpo recupera il volto di un amico attore.
Ma anche per tutto il silenzioso lavorìo da edera che quella voce fa, da anni, per darmi in prestito le parole più adatte per descrivere lo spazio in cui mi muovo, i casi umani che incontro, le surrealtà banali in cui inciampo.
Non è la voce “di casa mia”, ma è tutte le mie case, a suo modo, sparpagliate in giro. La casa di chi è quel pezzo di parola sporca che si usa per bestemmiare, di chi sa che gli amici raccontano balle ma noi bastardi diciamo la verità, di tutte le stranezze feroci, la casa coi cementi armati di pazienza e di speanza verderame. La casa dei baci da black-out, dei cavalieri che non possono morire, della gente che viaggia e non ha paura della propria lingua declinata in dialetti diversi, degli sciamani di periferia. La casa delle storie piccole, delle bestie strane, dei racconti, degli umani, dell’acqua del lago, dei sogni di notte e di quelli di giorno, delle guerre stupide e di New Orleans, delle cento lire per l’America, dei minatori, dei matti, di grossi uomini che ballano con donne bellissime, di puttane, di nonne con lo schioppo, di mitologie di paese e speranze tenaci.

Casa è, anche, dove ti cantano una ninnananna, dove t’insegnano una preghiera.

Ninna nanna, dormi bambino…
Tuo padre ha un sacco in spalla
E si arrampica sulla notte.
Prega la luna di non farlo prendere
Prega la stella di guardare dove va
Prega il sentiero di riportarmelo a casa

Ninna nanna, dormi bambino…
Tuo padre ha un sacco in spalla
Che è pieno di molte cose:
Ha dentro il suo coraggio
Ha dentro la sua paura
E le parole che non può dire.

Ninna nanna, dormi bambino…
Che sogni un sacco in spalla
Per arrampicarti dietro tuo padre
Su questa vita che viviamo di nascosto
Su questa vita che sognamo di nascosto
In questa notte che preghiamo di nascosto
Prega il Signore a bassa voce
con il suo sacco a forma di croce…

[necessariamente tradotta in italiano, anche se non è la stessa cosa. Così come non è la stessa cosa dire Davide Di Nascosto anziché Davide Van De Sfroos – che è poi il tizio di cui parlo, nel caso non si fosse capito. Citata, praticamente ovunque nel post, una parte sostanziosa della sua discografia. Sono ovviamente a disposizione per traduzione dal laghée all’italiano, ove necessario.]

Ninnananna

Che ti credi

E quando un ex non è un uomo, non è una persona, o quantomeno non è una persona sola, è tutto una fetta di mondo, di quello che è stato il mio mondo? Quando l’importante non è che ci siano una o due o cento ragazze, una o due o cento altre persone, ma che non ci sia tu, che tu non sia lì? Quando mandi un paio di mail perchè proprio non ce la fai a fingerti indifferente del tutto, e fra le varie risposte e i vari punti esclamativi te ne arriva una di quattro parole, di cui una è il mio nome e due sono manchi tanto, così, senza punteggiatura? Quando fissi la borsa di Cassandra in un angolo del mobile e ti rendi conto che malgrado tutta la ritrosia anche lei è attratta da quel cerone bianco, da quelle giacche, da quei cappelli neri, da quel buio morbido e ordoroso di cipria e di velluto vecchio, del legno scheggiato?
Quando per la prima volta dopo mesi ti disturba il fatto di non avere nella borsa quel libro, anzi, di non essere quella persona che in borsa l’avrebbe avuto, quel libro, come al solito?
Quando non ti sei mai pentita di nulla, di nessun treno, di nessuna città, di nessuna persona – in fondo aveva ragione lui, è sempre vita, sei sempre tu, quindi perché pentirsene? – non mi sono mai pentita di niente e di nessuno, però a volte arriva il dubbio di aver sbagliato. Non di averne presa una sbagliata, che in fin dei conti quello che ho guadagnato umanamente è inarrivabile. Eppure non posso fare a meno di pensarci. Non posso fare a meno di tutti gli e se, e ma, eppure.
E forse avevo sperato di liberarmene, come di quelle cose che sai che in fondo non ti fanno bene alla salute e allora speri di starci male, così poi la smetti una buona volta. Ma forse malgrado tutto il male non m’è passata, a questo punto mi domando se mi passerà mai, se è qualcosa che possa passare o se invece non sia, come dicono, una malattia.
E sono qui in biblioteca in mezzo a tutte le mie scartoffie, con gli occhi che bruciano perché una dozzina di ore al giorno davanti allo schermo non fanno bene a nessuno, a cercare di concludere di furia ‘sto maledetto dottorato, e una parte di me sa benissimo dove dovrebbe essere. A impazzire di ansia e di mancanza di sonno e di tempo in quel teatro, con tutti loro. A quello che non è il mio posto, non lo è più, non so nemmeno se lo sia mai stato, ma mi è stato fatto credere e io ci ho creduto, come si crede al patto di finzione, come si crede al buio in sala e alla linea di luce del sipario quando si respira.
Non puoi fare tutto, mi viene ripetuto costantemente. Non puoi essere dappertutto, anche se ti piace giocare a fare l’edera, tesa allo spasimo fra un capo e l’altro, fra una vita e l’altra, a crederci davvero che tout se tient. Ma non sempre, non tutto. Se avessi preso l’altra strada, se avessi continuato giù per di lì [perché è un giù, quello, che si scende: noi scendiamo tra le selve, nel fango; per ascoltarla, come grida (l’anima); (come gridava); (lassù! Laggiù!)] se avessi insomma continuato mi sarei persa tutto ciò che di bello e di buono e di vero ho raccolto quest’anno. Lo so. Non sono così stupida da pensare di poter avere tutto.
Però.
L’ho zittita col rancore e con la giustizia, l’ho sepolta sotto le veline dattiloscritte di due archivi, nascondendomi nei decenni passati e nelle parole di gente che è morta, nei ricordi di spettacoli che non ho visto, l’ho spinta a odiare teatranti e teatrologi e tutto l’umano ciarpame che gira attorno alla questione, sono entrata in quel catafalco architettonico che mette i brividi e ho sorriso a labbra strette davanti ai markettari e ai faldoni inaccessibili, ho odiato questo progetto di dottorato, forse ho cercato di odiare anche il teatro.
Però.

Che ti credi, ragazzina?

Già. E prima faccio pace col fatto che una parte di me vorrebbe essere in teatro, in un preciso teatro, stasera, parte umbratile e nascosta ma viva di uno spettacolo, di un preciso spettacolo, ad avere il mio posto in quel mondo e non solo su una poltrona numerata, prima accetto questo stato di fatto e tutti i problemi che ne conseguono, forse, meglio è.

Che ti credi

Gratitudine

E no, ceci n’est pas una recensione.
Solo due parole.
È da tanto che non andavo a teatro. È da tanto che il mio rapporto col teatro si limitava allo stesso di chi guarda le stelle – e guarda cioè a distanza cose morte – leggendo di spettacoli andati in scena prima che io nascessi, fra gli archivi del Piccolo e le scartoffie dottorali. È infine da un po’ che, forse, covavo un qualche disamore per il teatro. Non so nemmeno io perché.
Ma stasera mi sono infilata di nuovo a sedere nel buio, in silenzio, ad aspettare come tutti che dal buio venisse fuori una luce, un corpo, una voce, una storia.
E un’altra volta, un altro po’, ci ho fatto pace.
Che magari uno non è che proprio se ne sia dimenticato, ma ha bisogno di qualcosa o qualcuno che glielo ricordi – che gli ricordi perché a un bel momento della sua vita ha deciso di impicciarsi di teatro, che gli ricordi la ragione fonda di quell’amore, che gli ricordi – anche – che in fondo ce n’è bisogno.
Sono uscita dal teatrino con un profondo senso di gratitudine, ed è qualcosa che va al di là dello spettacolo*, della storia che racconta.
Gratitudine nei confronti di un corpo-in-scena. Quel corpo a piedi scalzi, avvolto in un gessato scuro, con i palmi umidi su cui rimane aggrappata la terra, con gli occhi lucidi, con il sudore fra le pieghe della fronte, con i muscoli e le ossa e ogni singolo centimetro di umanità in movimento. Un corpo vivo, che per quell’ora di tempo vive anche per te. Ed è una cosa così piccola e così enorme, insieme, il fatto che ci sia lì davanti un essere umano, a due metri da te, e che tu lo conosca o meno in quel momento è qualcosa d’altro, è un corpo vivo che fatica, e fa per te qualcosa che è composto del suo tempo presente – quello che condivide con tutti gli altri presenti in sala – e allo stesso tempo del suo tempo trascorso a mettersi a punto, a migliorarsi, e insieme il tempo e la fatica di tutti gli altri che ci sono dietro.
Eppure noi spettatori finiamo con l’abituarci a dare per scontato, ad assorbire più o meno passivamente, con la mentalità da cliente cui tutto è dovuto.
Poi, per fortuna, arrivano spettacoli in cui c’è tanta generosità da non poter evitare di provare gratitudine. In cui, alla fine, ti verrebbe solo da dire grazie – e invece puoi solo applaudire, e lo fai, e a lungo. Ed esci con la testa piena di domande a causa della storia raccontata, ma col cuore più leggero, della leggerezza di Calvino che metto spesso in mezzo per dire qualcosa di cui c’è sempre necessità.
Non è una cosa che scopro ora, ma è una sensazione di cui avevo bisogno di ricordarmi – ed è, anche, una forma che è propria di quel gruppo di persone che ha creato questo (ed altri) spettacoli. Ogni volta che incrocio il cammino del Teatro delle Albe a colpirmi è proprio quella generosità dolce e ostinata, a tratti timida, a tratti euforica, che mettono in tutto ciò che gli ho visto fare.

Che se poi uno ti dice
Niente stelle
Cosa diavolo mi significano
Le stelle
Non me ne può fottere niente delle stelle
Non c’è proprio bisogno delle stelle
Non ce n’è bisogno
Non mi significano niente, le stelle

Ti vien voglia di rispondergli
Ascoltate!
Se accendono le stelle,
vuol dire che qualcuno ne ha bisogno?

* lo spettacolo si chiama Slot Machine. Testo e regia di Marco Martinelli, in scena Alessandro Vergnani. Le recensioni le scrivono i critici, io mi limito a consigliare vivamente di inseguirlo in giro per l’Italia, perché ne vale la pena.

Gratitudine